Quanto segue risale ad un tempo in cui questo blog non era ancora aperto. Prendetelo così com'è, anche se quando è nato non aveva ancora la forma con cui lo vedete ora, sembrava più un groviglio di linee a matita, una serie di scarabocchi con qualche data in mezzo, e nulla più. Ora è la mia cattedrale.
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Un enorme edificio, dalla facciata sobria, ma non per questo monotona, e torri altissime, solitarie nella loro elevazione, è tutto ciò che sono.
Con molta pazienza ed attenzione, ho costruito le mie mura, dalle fondamenta alle chiavi di volta degli archi, dalle cime delle torri ai contrafforti si cui poggiano le colonne esterne, seguendo geometrie lineari ed essenziali. Niente intonaco, decori, stucchi o figure, nulla di più del necessario. Grandi blocchi di pietra levigata dal tempo e dall’acqua reggono il mio scheletro, e linee di forza sostengono gli equilibri mutevoli. All’interno, pavimenti scuri e lisci, spazio vuoto e mura di pietra. Di pietra anche le colonne e le volte, gli archi spigolosi che si intrecciano e si fondono, fino a morire su altre colonne che da sole riempiono il volume e al contempo lo svuotano. Piccoli passi calpestano i miei pavimenti, ad intervalli, si susseguono, ognuno con i propri pensieri segreti, si allontanano per la propria strada, dimenticando di fermarsi un istante per vedere i propri sogni realizzarsi, solo per un istante. A volte dei passi più forti risuonano e profumi si mescolano. Non conosco i loro nomi, ma sui volti stanchi vedo passare un’ombra di serenità, quando la luce gioca con i colori delle vetrate, e i profumi si disperdono nell’aria fredda che ancora mi riempie. Altre volte sono musiche celestiali che partono dalle canne dell’organo, melodie che si accavallano ai controcanti, in un insieme inscindibile. Una sera, quando credevo che dentro i miei bastioni nulla potesse raggiungermi, una voce da soprano si è innalzata, splendida come la voce che non avrò mai, e mi ha ricordato i sogni che avevo rinchiuso nelle carte dei miei progetti, nella mia voce che non posso ascoltare.
Ma ogni notte il silenzio torna a regnare sugli spazi vuoti, sulla nuda pietra, così viva, e sulle mie enormi vetrate. Allora ti chiamo, mi racconto con interminabili monologhi, e tu sai che non c’è nulla che non potrei dirti, se solo domandassi, se solo davvero tu lo volessi.
E tu resti lì in un angolo, sempre presente, ascolti i miei canti ed i miei silenzi, e non parli di te.